Sekhmet
Sekhmet (egizio Sakhmet, «la potente») è la dea egizia leonessa della guerra, della pestilenza, della furia distruttiva del sole, ma anche, paradossalmente, della guarigione e della medicina. Figlia di Ra, occhio di vendetta del dio sole, sposa di Ptah a Menfi e madre di Nefertem. Le sue settecento (o seicentosessantacinque) sacerdotesse-medico documentate compongono il primo corpo organizzato di medicina sacra. Per te Sekhmet rappresenta l'archetipo della rabbia sacra che protegge, della distruzione necessaria che precede la cura, della potenza femminile leonina, e dell'arte di trasformare la furia in medicina.
Mito e origine
Sekhmet è attestata dall'Antico Regno (III millennio a.C.) come dea leonessa, ma la sua iconografia raggiunge il culmine nel Nuovo Regno con il regno di Amenhotep III (XIV sec. a.C.), che fece erigere oltre settecento statue colossali della dea nel suo tempio mortuario di Tebe occidentale e nel tempio di Mut a Karnak - probabilmente una per ogni giorno dell'anno egizio, doppia (forma diurna e notturna) - per placare i suoi furori e proteggere il faraone dalle pestilenze. Una delle più alte concentrazioni di sculture monumentali dedicate a un'unica divinità nell'antichità.
Il mito centrale è narrato nel Libro della Vacca Celeste (Nuovo Regno, ca. 1300 a.C., presente nelle tombe di Tutankhamon e Seti I): l'umanità si ribella a Ra invecchiato, e il sole invia il suo Occhio - la dea Hathor che si trasforma in Sekhmet - a punire i ribelli. Sekhmet scende sul deserto e si abbandona a una strage di tale violenza che minaccia di estinguere l'intera umanità. Ra, pentito, ordina che venga preparata una grande quantità di birra tinta di rosso con ocra ematite - sembra sangue. Sekhmet la trova all'alba, la beve credendola sangue umano, si ubriaca, e cessa la carneficina. Da quel momento la dea oscilla tra le polarità di Hathor (gioia e bevanda) e Sekhmet (furia e sangue), e ogni anno la festa annuale dell'ubriacatura sacra (Hathor-Sekhmet) ne ricommemorava il rito.
Attributi e storie
Riconosci Sekhmet dalla testa di leonessa sul corpo umano femminile, dal disco solare con cobra ureo sul capo, dalla veste rossa attillata, dal sistro e dall'ankh. Animali sacri: la leonessa (predatore solare del deserto), il gatto (per sincretismo con Bastet, dea felina pacificata). Suoi epiteti: Nesret (la fiamma), Senebet (la salutifera), Smyt (la sterminatrice), Wadjet (in alcune tradizioni), Signora del Tremore, Signora del Massacro, Signora della Birra. Faceva parte della Triade Menfita con Ptah (suo sposo, dio artigiano e creatore) e Nefertem (loro figlio, dio del loto e dei profumi).
Tra i miti e i riti chiave: oltre al Libro della Vacca Celeste, Sekhmet era invocata come dea della medicina poiché si pensava che le malattie - epidemie, febbri, pestilenze - fossero «frecce di Sekhmet». Per neutralizzare le sue frecce occorreva placarla con preghiere, offerte e formule magiche. Il Papiro Edwin Smith (XVI sec. a.C.) e altri papiri medici menzionano le sue sacerdotesse-medico, esperte di farmacopea, chirurgia e magia terapeutica. La festa dell'ubriacatura, Tekh, celebrata a Dendera all'inizio dell'anno, prevedeva libagioni rituali per pacificare la dea e proteggere dalle pestilenze. Nel Nuovo Regno fu identificata con Tefnut, leonessa dell'umidità solare, e con l'Occhio di Ra nelle sue manifestazioni feroci.
Ricezione moderna
Negli anni Sessanta e Settanta il movimento femminista riscoprì Sekhmet come icona della rabbia sacra femminile, della potenza non addomesticata. Robert Masters e Jean Houston, nel Goddess Sekhmet (1988), proposero una psicologia archetipica della dea come energia di guarigione attraverso la furia. Il Tempio di Sekhmet a Cactus Springs, Nevada, fondato nel 1992 da Genevieve Vaughan, è il primo tempio neopagano contemporaneo dedicato esclusivamente a lei. La Kemetic Orthodoxy e altri movimenti egizi moderni la venerano centralmente. Joan Houlihan, in Sekhmet, the Powerful (2007), ne ha esplorato la dimensione poetica. In letteratura compare in The Red Tent di Anita Diamant come modello di guarigione femminile.
Astrologicamente Sekhmet è associata all'asteroide 5381 Sekhmet, scoperto nel 1991, e simbolicamente al Sole nella sua manifestazione feroce, a Marte per la guerra, e alla stella Regolo del segno del Leone per la dimensione leonina. Plutone in aspetto al Sole può attivare la sua qualità. Nel neopaganesimo Sekhmet riceve offerte di birra rossa (rinnovando il rito mitologico), miele, carne rossa, leoni votivi, sangue mestruale (in tradizioni femministe), all'alba o al tramonto solare. Le pratiche di lavoro sulla rabbia, di guarigione attraverso l'espressione catartica, di protezione fisica e di medicina energetica le sono dedicate. Esplora la tua dea interiore con il test delle divinità mitologiche.
Profondità simbolica
Nei tarocchi Sekhmet risuona con La Forza, undicesimo (o ottavo) arcano maggiore, donna che doma il leone (in molti mazzi la donna stessa è il leone), e con La Torre, sedicesimo arcano, distruzione purificatrice e necessaria. Risuona anche con La Morte per la dimensione di cesura. La Regina di Bastoni nella sua versione feroce ne riflette aspetti. Sull'Albero della Vita Sekhmet abita Geburah (Severità, sephirah di Marte, sede della rigore divino, della distruzione necessaria) e si estende verso Tiphareth attraverso il sentiero del Leone.
Simbolicamente incontri Sekhmet quando una situazione chiede di accedere alla propria rabbia legittima, di porre confini con forza, di distruggere ciò che imprigiona per fare spazio a nuova vita, di guarire trasformando l'aggressività in medicina. La sua ombra appare come rabbia distruttiva non integrata, vendetta cieca, identificazione con la furia tale da perdere la propria umanità. Lavorare con questo archetipo ti invita a chiederti se sai bere la birra rossa al momento giusto - cioè se sai placare la tua furia quando ha compiuto il proprio servizio. Prosegui con Hathor, suo doppio pacificato, con Ra, suo padre solare, oppure torna al glossario principale.
Conosciuto anche come
- Sakhmet
- Nesret
- Signora del Massacro
- Occhio di Ra
- Senebet